Perché Bee’s Knees?

Perché chiamare un sito di traduzione con un nome così lungo, così complicato e che rimanda più a una rivendita di miele che a un artigiano delle parole?

Perché a volte la scelta meno intuitiva è quella che alla lunga ci regala maggiori soddisfazioni. Ecco questa è la risposta breve, la risposta lunga è quanto segue.

Il nome di questo sito ha due origini: la prima sentimentale, la seconda linguistica.
La ragione sentimentale risiede nel fatto che da sempre ho amato le api, in particolar modo quelle bottinatrici, ovvero le api incaricate di raccogliere il nettare di fiore in fiore per conto dell’ape regina e portarlo nell’alveare, luogo in cui viene trasformato in miele e pappa reale. In prima elementare, per svolgere un compito di scienze, disegnai al centro di un cartellone proprio un’ape bottinatrice, indaffarata e paffuta, segno incontrovertibile della mia predilezione per la golosità e l’operosità, due caratteristiche di questo insetto dal corpo rotondo.


La ragione linguistica è più recente e utilitaristica. Avevo bisogno di un nome: un nome carino, insolito, accattivante… Un nome che rispecchiasse la mia passione per le lingue e che già in sé fosse un enigma da decifrare, un’espressione che ne celasse un’altra. Bee’s Knees, infatti, non significa solo le “ginocchia dell’ape”, ma è anche un idiom britannico che, oltre a essere molto orecchiabile – pronunciato rapidamente ricorda la parola business, indica qualcosa di “eccellente, magnifico, realizzato alla perfezione”.

Ed è quello che si prefiggono questo sito e la sottoscritta: portare l’eccellenza nella traduzione, mettendo al servizio dei miei clienti le competenze che ho acquisito negli anni e divulgando aneddoti e curiosità del mondo editoriale e traduttologico.

Una passione da tutta la vita

Avete presente quei frontespizi presuntuosi in cui la celebrità di turno si presenta dicendo che non è stata lei a desiderare la fama, ma quest’ultima l’ha trovata e prescelta al momento opportuno? Una situazione un po’ all’Olivander di Harry Potter: «È la bacchetta a scegliere il mago»… Ebbene, anche io ho vissuto l’avvicinamento alla traduzione e la consapevolezza che fosse quello che avrei voluto fare per la vita in questo modo tra il magico, il poetico e, sì, il presuntuoso. Però la traduzione non mi ha ancora riservato né fama né ricchezza.

Tutto ebbe inizio alle scuole medie, quando la mia professoressa di inglese assegnò a me e ai miei compagni di classe il compito di tradurre in italiano un estratto di un’edizione semplificata per lettori non nativi anglofoni di Frankenstein. Tornata a casa, da ape operosa e diligente quale sono sempre stata, mi misi a tradurre e, sorpresa, quello che feci mi piacque subito, immensamente. Avevo trovato la mia dimensione: rendere nella mia lingua madre pensieri già formati in un’altra lingua. Mi ricordo che andai subito da mia mamma per domandarle: «Come si chiama il lavoro di chi mette in una lingua il testo scritto in un’altra?» e mia mamma, sempre disponibile e paziente, rispose: «Traduttore». Ecco avevo un nome finalmente, un nome per perseguire un sogno di una professione che dal 2010 non è mai cambiato.

È cambiato, questo sì, il concetto che avevo della traduzione. All’inizio credevo che la traduzione fosse semplicemente una trasposizione da un idioma a un altro e questo si evince dalla mia prima traduzione di Frankenstein in cui abbondano calchi e falsi sensi. Solo dopo ho scoperto, prima all’università poi come risorsa in-house di varie agenzie di traduzione e, infine, come freelancer, che la traduzione è un esercizio. Un esercizio di umiltà – non sei l’autore del testo, ma di una sua versione; un esercizio di creatività – non basta che un testo si presenti in un altro codice affinché porti con sé il messaggio e le sfumature dell’originale; un esercizio di costanza – conoscere due lingue è il punto di partenza, capire come dire (quasi) la stessa cosa è un allenamento che richiede curiosità per l’argomento che si traduce, passione per la lingua da cui si traduce e infinita ricerca della lingua in cui si traduce.

Molti studiosi e professionisti hanno spiegato cosa significhi tradurre, io mi limiterò a dire cosa significhi tradurre per me. Tradurre è gioco, è fare le parole crociate ed esultare per la definizione finalmente trovata; tradurre è ricerca terminologica e meraviglia per ogni nuovo ambito studiato mentre si gestisce un testo; tradurre è aiuto, è diffondere un testo in un’altra comunità, prolungandone la vita o rendendo servizio a persone che non potrebbero esprimersi altrimenti.

Ed è così che voglio che la traduzione si mostri ai miei lettori e ai miei clienti, sperando che possa sempre avere nuove definizioni con cui arricchirsi.

Laurea Triennale L-12
in Mediazione Linguistica Interculturale

Laurea Magistrale LM-94
in Specialized Translation

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